1980_De Grada - Attilio Melo - Pittore

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Raffaele De Grada
"II linguaggio dell'immagine in Attilio Melo", novembre 1980       
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Che fatica per un pittore oggi a rimanere isolato, a lavorare con la necessaria fiducia per produrre e aver la forza di non imbarcarsi con questa o quella operazione critica - o ritenuta tale – che gli dia, almeno l'apparente consenso della contemporaneità. Questa è stata ed è la situazione nella quale opera da tanti anni Attilio Melo che però non è un pittore emarginato, privo di successo. Al contrario Melo è un pittore che piace, che vende (al contrario di tanti altri di cui la critica si occupa sempre), quasi quasi sarei tentato di dire che è un "pittore alla moda".

Perché questa contraddizione? Una risposta facile sarebbe: Melo è un abilissimo ritrattista, qualche signora della borghesia può ritrovare in lui un novello Boldini. Oppure: i paesaggi e le nature morte di Melo, soprattutto i fiori, sono quanto di più gradevole ci si possa aspettare oggi, quando la pittura è in generale così triste. Ma queste risposte possono riguardare la fortuna privata di Melo, non il consenso pubblico che egli trova. Melo è ancora un pittore che rappresenta un ambiente, che lo traduce in un media preciso e ancora valido. Non sfugge alla coscienza che un artista risponde sempre al gusto e alle esigenze di una società, lui, veneziano, veneto in tutta la pienezza della propria natura (come i suoi ritratti ricordano quelli di Milesi, di Salvatico, di Tito!) risponde al desiderio di quanti vogliono ancora godere della tradizione, del resto ben viva, di Venezia. Ad esempio porto i due quadri (uno è stato distrutto in un incendio) che Melo ha dedicato al famosissimo Caffè Florian, l'emblema di Venezia. Melo vede il Florian dalla vetrina, ricostruendo l'ambiente come un impressionista. C'è una partecipazione, un'immediatezza popolare nel tocco rapido ma studiato, nel cogliere i rapporti sottesi al miscuglio delle luci col fumo, del rapporto esterno-interno, per cui vanamente si potrebbe avanzare il sospetto di ottocentismo. C'è una vena pittorica stabile, viva per tutto il nostro tempo che nei musei sarà rappresentato da un arco assai più lungo ed omogeneo di quello che una frettolosa critica storica ci ha fin qui ammannito.

Siamo dunque di fronte a un buon pittore, che riflette il gusto medio di una borghesia ancora sana, con i ritratti degli uomini e delle donne "riusciti" nel mondo e per tutti valga il bel ritratto che Melo ha fatto del più grande direttore d'orchestra dei nostri tempi, Arturo Toscanini. Certamente.
Ma è un fatto, un fatto positivo. In mezzo a tante incertezze sul "moderno", gli alberi fioriti di Melo, i suoi canali veneziani ci rappresentano qualcosa di stabile, di certo. Non annoiatissime ripetizioni di giochi di società, com’è nel gusto di tanta borghesia intellettuale di oggi, che ha confuso il progresso della scienza e della tecnica con il ludico dilettantesco, distruttore non soltanto dell’immagine figurativa, ma dello stesso senso per cui, nelle variazioni della storia, l’arte ci parla sempre dell’umano, col suo linguaggio, deferentissimo, ma ancorato al trasformarsi della psiche storica in immagine.

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