1983_Fabiani - Attilio Melo - Pittore

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Enzo Fabiani                                                                                            
Dal Catalogo della mostra personale alla Galleria Sant'Andrea, Milano marzo 1983      
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Appare chiaro da molti quadri di questa mostra che il primo problema, pittorico e poetico, di Attilio Melo non è il vincere le difficoltà tecniche o la sordità della materia, bensì il saper godere nel modo più giusto e perfetto di quella libertà che la lunga via percorsa porta come meritato dono all'artista che abbia lavorato con serietà, con grintosa fedeltà a se stesso. Direi che per Melo (e quasi il suo cognome lo suggerisce) si tratta di fedeltà o un'idea primaverile di pittura: e quindi di luce, di colore tenero, “brillante” ed “esultante” (per citare due celebri aggettivi leopardiani), anche quando il motivo primaverile non è, né estivo.

Ora è ovvio che per far “ridere l'aria” (come scriveva il grande Dino Campana) non basta ricorrere a motivi chiari, o solari o esaltanti, ma ci vogliono, a sostegno e direi sostanza di quel riso e sorriso, delle precise ragioni interiori, dei moventi spirituali e intellettuali oltreché (anzi: quindi) culturali capaci di dare alla pittura, centimetro per centimetro, pennellata per pennellata, quella forza vitale che la fa vera, che la fa autentica. E Melo queste ragioni, questi movimenti ce l'ha, e li ha coltivati sia nei ritratti che nei paesaggi; ragioni e moventi che si rifanno alla sua origine veneziana e all'insegnamento paterno (come è già stato giustamente sottolineato), allo studio dei grandi del passato e al coraggio, e all'umiltà, di voler imparare direttamente, giorno dopo giorno, dalla realtà sempre viva e miracolosamente mutabile della natura.

Godere, dicevo (magari a denti stretti, poiché l'insoddisfazione è sempre lì a pungere l'artista serio), con libertà, e direi musicalmente, della coscienza d'aver portato vicino alla perfezione le proprie qualità, o comunque di averle tenute, come si suol dire, sotto controllo al fine di definire sempre meglio la propria verità. Ora questa libertà porta anche, direi, a dar libertà al motivo: ovverosia a conservargli nel quadro, a rispettare, le sue proprie caratteristiche. Questo fatto, questa conquista, risulta ancor più evidente in quei dipinti che Attilio Melo ha realizzato negli ambienti più diversi e magari più lontani dai suoi abituali (come l'amatissima Venezia) e cioè in America, nel Sud italiano, in Sardegna, in Francia, in Inghilterra. Ecco perciò opere quali “Manhattan” e “Central Park” essere vere e come documento visivo e come pittura, in una sorta di “adattamento” partecipante sì ma rispettoso; e così pure “Costa Smeralda”, “Stradina al Piccolo Pevero”, “Case di Porto Cervo”, e via di seguito: opere che dimostrano, a notar bene, che per esse l'aggettivo “tradizionale” è almeno in parte sbagliato, se si vuole con esso dire che trattasi di una pittura diciamo senza coraggio, senza invenzione e partecipazione personali. Questa pittura, infatti, pur restando fedele ad alcune Scuole lombarde, venete e veneziane, svolge il suo racconto con una autonomia che deriva anche e proprio da quella libertà di superamento cui accennavo all'inizio: nel senso che il passo in avanti sicuramente c'è nei confronti degli schemi che per comodità si dicono ottocenteschi, anzi “conservatori” ...

Si guardi il “taglio” della scena, si guardi la pennellata, si noti come non ci sia mai un piacere illustrativo, né una piacevolezza superficiale. E questo perché Melo sa bene qual è la sua pittura, ma conosce anche quella degli altri; e questo anche perché, e ancor più, Melo è uomo e artista che sa bene in quale tempo vive e lavora: un tempo, una società, che piacevolezza e superficialità non le permette a nessuno. Un tempo che perciò egli documenta a modo suo, e cioè senza aggiungere tenebra a tenebra, ferita a ferita: ma se mai richiamando quelle verità e quelle bellezze che resistono pur sempre, anche dopo il diluvio e vorrei chiudere questa breve nota con l'invito a guardare con attenzione e amore il grande quadro “Floricultura” dipinto alle porte di Milano. Un motivo certo difficile e tale da far tremare il pennello anche a molti maestri dell'ultimo secolo.
Eppure si veda come Attilio Melo lo ha sentito e risolto: come quel gran mare di fiori sia diventato pittura magistrale: e cioè appunto, godimento rappresentato in nome della libertà raggiunta, in nome delle proprie ragioni interiori: ma anche come sfida, direi, alla stessa bellezza della natura. Una sfida amorosa, però ...

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