1991_Sala - Attilio Melo - Pittore

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Alberico Sala
Presentazione al Quaderno monografico "Attilio Melo" , Consonni Editore, Milano 1991       
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Non è certamente un caso. In una stagione più tranquilla, m'è capitato di ripensare e ripercorrere, magari solo mnemonicamente, o tra le pagine di cataloghi e monografie, la storia di alcuni pittori incamminatisi nell'universo dell'arte con il nostro secolo, e più spesso, all'avvio della loro strada, che poi ha toccato i paesi del successo, si scopriva la lezione di un maestro comune, cioè il patriarca di Brera, il maestro Aldo Carpi. Ha assistito più di una generazione, e la grande virtù del suo magistero si controlla nella sua modestia, nella sua prudenza, nell'aiutare e indirizzare, senza prevaricare, senza tentare di imporre i suoi punti vista, o di allevare epigoni ed imitatori, a maggior gloria di se stesso.

E con la costanza della presenza del Grande Galantuomo lombardo (ebbi la gioia e l'onore, negli anni Sessanta, di attribuirgli un premio che s'intitolava all'Angelo, e che voleva distinguere coloro che nella vita avessero ben fatto il proprio mestiere), la ricognizione del paesaggio dell'arte contemporanea, mi riservò sorprese, occasioni per aggiustamenti degli schemi critici, spesso anchilosati o di comodo, consentendo un più giusto giudizio dei valori autentici, dando a ciascuno quel che gli spetta, dentro prospettive più serene, sgombre d'interferenze (anche di politica culturale), sottratte all'oscillazione del gusto, ai vezzi delle mode, ai piani prefabbricati del mercato. Sono emerse zone fasciate dal silenzio, mortificate da congiure, si sono affermate storie esemplari, con protagonisti meritevoli d'essere riconosciuti come “petits Maîtres, ch'è un titolo per niente riduttivo, anzi cordiale e riparatorio, che mi pare spetti, per la sua storia, così coerente, avvinta alle ragioni native, e così attenta al corso, anche più spericolato dei movimenti artistici, in Italia ed all'estero, di Attilio Melo.

L'artista veneto (un'estrazione fatale, che domina tutta la sua ricerca, con il primato del colore, l'eccellenza della materia, sempre incarnata sulle forme, quando non le suscita), si muove nella perennità della tradizione, che non va contusa con liberazione inerte, con l'ossequio accademico, od esagerato. I modelli, spesso sublimi, che impreziosiscono i palazzi le chiese le dimore della sua terra, gli sono entrati negli occhi con la vita, hanno impressionato la sua giovane sensibilità.
Così, il paesaggio che ha respirato mentre s'apriva allo spettacolo del mondo e che poi s'è portato dentro, in giro per il mondo, a Parigi, a Londra, a Nuova York, con le sue costanti morali oltre che estetiche, gli ha consentito di scoprire il segreto di cieli e mari, città e campagne diversi, fissandone i caratteri specifici, suggerendone lo spirito.
Non si tratta di naturalismo, ma di naturalità, di comprensione e restituzione dell'anima del paesaggio, nella sua antica maestà, attivando i contatti con gli elementi costitutivi, filtrandoli attraverso gli stati d'animo personali. Attilio Melo ha sempre osservato un intimo rispetto della buona realtà, ma senza arrendersi ad essa, anzi investendola con il magistero della propria arte.
Ed è nella pratica della pittura, della ricerca, dell'organizzazione dell'immagine che l'artista, che ha le carte in regola, e domina la grammatica e la sintassi della pittura, dal disegno alla materia, dal colore alla magia della prospettiva, può persino affacciarsi all'arcipelago complesso dell'informale.
Non è un gioco quello di isolare brani di una composizione di Melo, per saggiarne l'autonomia, la vitalità cromatica, la bellezza pura, senza il vincolo di una restituzione subito verificabile.
Consente, piuttosto, di misurare, analiticamente, la qualità della sua pittura, la sua forza inventiva, che va oltre l'apparente.
L'operazione, che può insospettire in chi prende le scorciatoie e, con furbizia, portato dal vento delle mode, salta la visione del mondo e tenta altro, confusamente, senza neppure un sostegno teoretico, è invece conseguente e legittima in artisti come Attilio Melo, che, lungo tutta la loro storia, hanno contato soprattutto sulla energia demiurgica della luce.
Attilio Melo è figlio d'arte; sappiamo che il padre fu un noto affreschista e studioso del Tiepolo e del Guardi. Quale dei due fratelli la succinta biografia patema non precisa, forse Gianantonio, forse Francesco, o ambedue. S'è pensato peraltro che lavorassero a quattro mani, sullo stesso soggetto, uno le figure, l'altro i paesaggi o le nature morte, i fiori. Diciamo allora, la bottega. E' un'ascendenza che conviene meditare: caratteri d'impulsività, di improvvisazione, vertigine della mente, liberissimi studi, oltre l'emozione visiva, fino alla dissoluzione della forma, ed alla spiritualizzazione. E la componente dominante, attraverso i secoli, è la splendente miscela luce colore.

Un magistero più controllato traspare dalla lunga, fortunata, famosa produzione ritrattistica di Attilio Melo, per la quale si è ricordato dei rudimenti appresi alla scuola dell'altro suo maestro di Brera, Giuseppe Palanti. Era un artista eclettico, distintosi nell’arte applicata, gran disegnatore, di robusta plasticità, basta osservarne l'autoritratto, la testa calva, lo sguardo corrucciato. Ma fu anche autore (1881-1946) di paesaggi. Si rammentano un Capanno di Romagna, il tetto aguzzo fra gli alberi, (rimanda, istintivamente, alle visioni bretoni di Melo, degli anni Ottanta, felici e severe); e Dalla terrazza della Casa dei pittori, in corso Garibaldi 89, catalogati dalla Galleria d'arte moderna di Milano.
Questa nuova pubblicazione dedicata al lavoro di Attilio Melo, è occupata dai suoi paesaggi, dalla fine degli anni Settanta ad oggi. Testimoniano, soprattutto, la straordinaria freschezza dello sguardo dell'artista, nel riconoscere, e rivelare, il momento lirico dei luoghi, nel suggerire corrispondenze suggestive fra paesi diversi, nel grembo comune del cielo e del mare.
Casetta veneta (1989), con la semplice architettura costruita dal biancore dell'intonaco, i ciuffi di fiori in primo piano, rimanda a Casa bretone sul mare (1986). Il grafico è simile, ma i cieli diversi, più sgombro ventoso il primo. Le nuvole salgono dall’oceano. Sono le stesse che guardava il poeta Tristan Corbière, l'autore de Gli amori galli, il “poète sauvage” di Roscoff, errabondo in Italia, nel 1869, fra Roma e Capri. Aveva ricostruito una barca fra gli scogli battuti dai marosi, e per ore, anche di notte, vi giaceva con le nuvole negli occhi, finché il vento e la pioggia, non lo scacciavano. Aveva rincorso l'amore, disperatamente. Cantava: “Tutto fiero il mio cuore porta all'occhiello - un piccolo mazzo di fiori...- di rosso immortale... - è sangue in fiore …”
Squillano i rossi nei paesaggi di Attilio Melo, nell'intrico di un giardino, dai davanzali d'una finestra, affacciato su di un campiello, omaggio alla prediletta Venezia. Sulle facciate delle case parigine il colore si rapprende come sangue. Rinviene la tavolozza di Utrillo, come per altri momenti possono farsi avanti Manet piuttosto che Degas, dentro la diffusa civiltà impressionistica.
Ma, nella cultura di Attilio Melo hanno la stessa, doverosa importanza che, in uno scrittore, rappresentano le buone letture, i riferimenti necessari, storicamente, per evitare sbandamenti o l’ingenuità di scoprire il già scritto (o già visto).

Attraverso i vari periodi, collegati dal comune denominatore della luce-colore, la pittura di Attilio Melo è divenuta sempre ed intima, a volte con modulazioni unitonali come in Caffè Florian. Tende a suggerire, secondo la lezione di Valery, più che a raccontare; ogni pennellata, di bellissima materia, mai esornativa o esterna, concorre armoniosamente alla organizzazione dell’immagine, come in Parigi, jardin de la Tuillerie, così diversa (s’afferma la capacità dell'artista nell'isolare l'anima dei luoghi), da quella de I giardini di Milano da Palazzo Dugnani, l’erba quasi cinerea.
Tripudiano i colori nei paesaggi dell' 89 e del '90, cespugli di ginestre, fiori di serra, o della Costa Smeralda, premuti dal vento, che soffia dal mare; compongono un'onda che sgorga dalla beltà, dalla festosità della natura, scampati agli attentati dell'uomo. Non sembri strano citare Picasso, da una confidenza con Françoise Gilot: “Dipingere non è un'operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un'opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi”.
L'opera di artisti come Attilio Melo, concorre a rinverdire il dialogo con la natura. I suoi paesaggi non sono sfiorati dall'elegia; piuttosto, denunciano le responsabilità di tutti, nell'offesa del superstite giardino della terra.


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